Emanuela Rindi

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“Osservare una tela di Daldini è come assistere ad un dialogo che l’artista intrattiene innanzitutto con sé stessa, indagando luci ed ombre del proprio percorso personale al fine di riconoscerle, circoscriverle e lasciarle emergere in superficie. L’effetto è dirompente: le esperienze felici e quelle critiche trovano un contrappunto nella materia pittorica trasmettendo un’energia vibrante, una tensione emotiva che travalica i confini fisici dell’opera pervadendo lo spazio circostante e toccando le corde più intime dell’animo dell’osservatore. Nelle intenzioni dell’autrice il rapporto tra l’opera e lo spettatore non è mai predeterminato; il racconto si svolge di dettaglio in dettaglio, invitando a soffermarsi su ogni singolo particolare per poi ricostruire una propria, personale, visione d’insieme. Talvolta l’esigenza di raccontare è così forte che il discorso si sviluppa articolandosi in dittici o per cicli; in questi lavori polimaterici increspature di colore acrilico, ritagli di giornale, carta ondulate, stoffe e rilievi in sabbia si fondono in visioni luminose ed enigmatiche, da cui emerge un lavoro di costruzione e, al tempo stesso, di consunzione della superficie pittorica.”

Emanuela Rindi

Paolo Blendinger, Torricella, 24 novembre 2009

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“Verena Daldini, che ha cominciato ad esporre le sue opere un paio d’anni fa, dopo una formazione da autodidatta svolta in diversi corsi privati, fra cui quello con Dina Moretti, lavora volentieri su supporti rigidi quali carte, cartoni e compensati che permettono sovrapposizioni di materia e di colore, incollature, abrasioni, strappi e tocchi finali incisi, graffiati o apposti con matite grasse.

E’ un lavoro di costruzione ed assieme consunzione continua della superficie pittorica sulla quale finiscono per emergere, imporsi campiture con trame di segni decantate da alchimie che si muovono tra casualità e controllo.

Nascono così le immagini dell’artista quali realizzazioni, presenze suggestive che riecheggiano il travaglio creativo.

Esse si propongono, nelle tecniche miste, come parti, frammenti di contesti più ampi che suggeriscono con le superfici slavate, patinate e segnate una dimensione temporale, un vissuto in equilibrio tra le esperienze acquisite e le incertezze di una ricerca del sè ancora perseguita.

Non a caso il suo lavoro si muove, oscilla fra figurazione ed astrazione dove la sintassi stilistica pare guidata più dal medium e dalle soluzioni trovate che da un progetto predeterminato. Le superfici astratte delle tecniche miste recuperano nell’acquerello la figurazione ritornando all’appunto naturalistico, volentieri dei fiori quale motivo di resa coloristica d’eccellenza.

Anche qui la ricerca stilistica sembra in divenire contrapponendo appunti veloci, istintivi di grande freschezza e leggerezza con composizioni elaborate in senso decorativo marcate da scansioni ritmate e regolari come nei Giunchi di bambù.

Gli approcci impostati esprimono con continuità una risolta inquietudine dell’anima e con essa un’ansia espressiva profondamente sentita e intensamente vissuta nel confronto creativo solitario dell’atelier.

Certo è che Verena Daldini si fa guidare esclusivamente da questo piacere di svelare universi, di dar forma inedita ad pensiero o un sentimento che si focalizza, per quanto detto sopra, parallelamente al divenire, all’impaginazione dell’opera.

L’artista, e qui sta la caratteristica fondamentale del suo approccio, non perdispone dunque nulla nelle sue costruzioni formali, non impone l’architettura del disegno, ma si fa guidare esclusivamente dei segni apposti con l’assoluta vocazione di una sperimentazione continua.”

Paolo Blendinger, Torricella 24 novembre 2009