Paolo Blendinger, Torricella, 24 novembre 2009

“Verena Daldini, che ha cominciato ad esporre le sue opere un paio d’anni fa, dopo una formazione da autodidatta svolta in diversi corsi privati, fra cui quello con Dina Moretti, lavora volentieri su supporti rigidi quali carte, cartoni e compensati che permettono sovrapposizioni di materia e di colore, incollature, abrasioni, strappi e tocchi finali incisi, graffiati o apposti con matite grasse.

E’ un lavoro di costruzione ed assieme consunzione continua della superficie pittorica sulla quale finiscono per emergere, imporsi campiture con trame di segni decantate da alchimie che si muovono tra casualità e controllo.

Nascono così le immagini dell’artista quali realizzazioni, presenze suggestive che riecheggiano il travaglio creativo.

Esse si propongono, nelle tecniche miste, come parti, frammenti di contesti più ampi che suggeriscono con le superfici slavate, patinate e segnate una dimensione temporale, un vissuto in equilibrio tra le esperienze acquisite e le incertezze di una ricerca del sè ancora perseguita.

Non a caso il suo lavoro si muove, oscilla fra figurazione ed astrazione dove la sintassi stilistica pare guidata più dal medium e dalle soluzioni trovate che da un progetto predeterminato. Le superfici astratte delle tecniche miste recuperano nell’acquerello la figurazione ritornando all’appunto naturalistico, volentieri dei fiori quale motivo di resa coloristica d’eccellenza.

Anche qui la ricerca stilistica sembra in divenire contrapponendo appunti veloci, istintivi di grande freschezza e leggerezza con composizioni elaborate in senso decorativo marcate da scansioni ritmate e regolari come nei Giunchi di bambù.

Gli approcci impostati esprimono con continuità una risolta inquietudine dell’anima e con essa un’ansia espressiva profondamente sentita e intensamente vissuta nel confronto creativo solitario dell’atelier.

Certo è che Verena Daldini si fa guidare esclusivamente da questo piacere di svelare universi, di dar forma inedita ad pensiero o un sentimento che si focalizza, per quanto detto sopra, parallelamente al divenire, all’impaginazione dell’opera.

L’artista, e qui sta la caratteristica fondamentale del suo approccio, non perdispone dunque nulla nelle sue costruzioni formali, non impone l’architettura del disegno, ma si fa guidare esclusivamente dei segni apposti con l’assoluta vocazione di una sperimentazione continua.”

Paolo Blendinger, Torricella 24 novembre 2009